Migrazioni lavorative moderne

Se è vero che la mela non cade mai lontano dall’albero, l’uomo moderno inteso come essere umano non si discosta molto dalle sue origini e dalla sua vera natura migratrice, spinto da un innato istinto di sopravvivenza animale che lo porta a scegliere di tempo in tempo il luogo migliore per vivere e prosperare. Se un tempo le migrazioni erano dovute a fattori climatici e naturali quali lo spostamento di mandrie da cacciare o un terreno inadatto alla coltivazione,  oggi a mio avviso questo movimento ha subito una drastica mutazione pur mantenendone la propria essenza. Piuttosto credo sia sconvolgente che ancora al giorno d’oggi non sia possibile creare delle condizioni sociali idonee per permettere ai cittadini di fermarsi, coltivare non la terra ma sé stessi e le proprie capacità. Ancor oggi si migra. Non più come un tempo da un posto all’altro nella sua valenza geografica bensì da un’occupazione alla prossima. Un costante, interminabile, dispendioso e logorante processo di migrazione lavorativa.

Un tempo fu la Terra e la natura a decretare questi processi migratori, oggi la cosa è evoluta e più complessa sia da analizzare che da comprendere, per via del tessuto sociale in cui questo avviene e per le ovvie tecnologie oggi a nostra disposizione. Ma andiamo con ordine. Immaginiamo un uomo primitivo che coltiva il suo campo mentre suo fratello, cacciatore, provvede a portare la carne. Arriva il freddo e la terra diventa difficile da coltivare mentre gli animali per sopravvivere si sono spostati verso sud. L’uomo, se vuole sopravvivere, è costretto a seguire questi fattori quindi migra.

Oggi invece un uomo fin dall’età di sei anni entra nel circolo dello studio iniziando a coltivare non la terra ma se stesso, a perfezionarsi e creare con il passare del tempo uno strumento di lavoro versatile, che si possa adattare a varie realtà. Per quanto i suoi sogni e la sua motivazione lo spingano in una certa direzione, parole sagge lo tengono ancorato ad un percorso formativo di ampio respiro, in modo da non essere limitato ad una sola specializzazione ma aperto a più possibilità. Avviene quindi il momento dell’ingresso nel mondo del lavoro con tutte le problematiche ad esso connesse. Innanzitutto il lavoro va cercato, come un tempo si cacciava la preda. Se non c’è preda non c’è cibo, se non c’è lavoro non ci sono soldi. Quindi non c’è cibo. Il terreno di caccia è ampio, battuto da molti cacciatori uno più affamato dell’altro ed ognuno con delle abilità venatorie particolari. Finalmente si trova un posto di lavoro e si inizia a procacciare il proprio cibo sotto forma di denaro, che porta con sé anche servizi, svaghi, confort ed un pacchetto di invidia e gelosia qualora questi fossero tanti. Tuttavia il posto di lavoro è una tribù primordiale anomala: si lavora assieme agli altri non per il conseguimento di scopi comuni e la sopravvivenza della tribù stessa bensì per un proprio tornaconto personale. All’apparenza, può sembrare che tutti gli attori di questo clan lavorino per un intento comune ma la radice della questione è semplice: niente tribù, niente lavoro. Niente lavoro, niente soldi. Da qui si evince che il sorriso manifestato dietro al conseguimento degli scopi in comune dettati dalla tribù in realtà non sono altro che un gesto di rilassamento spirituale nel veder allungare la vita di quell’organizzazione e gruppo che aiutano, mantenendosi in piedi, a portare a casa la propria pagnotta.

Quando il cibo tuttavia inizia a scarseggiare, iniziano a palesarsi i veri intenti dei singoli componenti della tribù. L’anello più debole viene quindi individuato e portato, subdolamente, all’isolamento. Attenzione, non lo si sta cacciando, ma si creano i presupposti per un suo allontanamento volontario. Ecco quindi che il terreno in cui si coltiva non è più fertile, il clima diventa gelido ed i capi di bestiame, ahimè, sono già stati cacciati. Urge quindi una migrazione, uno spostamento che a volte è relativo, anche di poche centinaia di metri, ma esiste. Si cambia posto di lavoro. Le forme contrattuali inoltre non facilitano di certo l’insediamento nel nuovo luogo. Il precariato è ancora una piaga di dimensioni bibliche che spinge ancor più persone a migrare come una tribù primordiale in cerca di nuovi mezzi di sostentamento. Paradossalmente, in questi luoghi non è più la natura a decretare quando terminano le risorse ma è l’uomo stesso ad essere risorsa di sé stesso e del prossimo. Quando qualcuno decide al nostro posto che quanto c’era da prendere è stato preso, viene il momento di migrare ancora.

Sarebbe facile incolpare la globalizzazione rea di aver portato nelle nostre case mobilio creato in chissà quale angolo del mondo, bibite imbottigliate nel nuovo mondo, maglioni confezionato nel sol levante e pomodori provenienti dalla spagna, salvo dover buttare i nostri per accordi presi con le nazioni confinanti. Si potrebbe anche incolpare il governo di turno, incapace di creare situazioni lavorative stabili e non a tempo determinato. Sono capace anche io di promettere e creare 1.000.000 di posti di lavoro con la data di scadenza stampata sui glutei dei neo assunti usando soldi non miei. In realtà non credo ci sia una colpa ben precisa di qualcuno semplicemente v’è un processo in corso che porterà noi tutti ad essere migratori in casa nostra, da un posto di lavoro all’altro. Mia nonna era solita raccontarmi che sulle lapidi nei cimiteri di paese attorno ad Innsbruck, sotto il nome ed il cognome del defunto era riportato anche il suo lavoro. Subito precisava che avere la scritta “industriale” o “contadino” non faceva alcuna differenza, perché il vero motivo d’orgoglio era quello di essere un lavoratore che con il suo sudore quotidiano ha portato un contributo importante a tutta la comunità. E’ per questo che il giorno in cui verrò a mancare, nella speranza che ciò accada il più tardi possibile, sulla mia lapide vorrei fosse riportato quanto segue:

Fabio Granata

21-04-1981 – xx- xx- xxxx

Lavoratore

Nel mondo, con il mondo, senza mai spostarsi da casa.